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24 gennaio 2012
Speciale Rêverie de Cinéphile: addio Angelopoulos
L'eternità e un giorno (1998) di Theo Angelopoulos
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21 gennaio 2012
Che cos'è la periferia
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L’ennesimo episodio di criminalità al Casilino, una violenta aggressione a danni di immigrati bengalesi, fortunatamente non così cruenta come quella del 4 gennaio che ha lasciato a terra due morti, fra i quali una bambina di pochi mesi. Apro il Corriere e leggo una descrizione di Tor Pignattara: «il periferico quartiere» teatro di efferatezze. Il periferico quartiere di Tor Pignattara dista da Piazza Venezia sei chilometri (in linea d’aria forse anche meno), quanto i Parioli o l’EUR, quartieri che nessun cronista di nera, per quanto obnubilato dal doping di coccoina, descriverebbe mai come periferici, perché ci abitano persone abbienti. Prendo Google Mappe e misuro qualche rotta: distanza fra Piazza del Campidoglio, supposto ufficio del presunto sindaco, e Piazza Euclide, cuore borioso dei Parioli: 6,2 Km. Distanza con Piazza della Marranella, trafficatissimo snodo di Tor Pignattara: 6,2 Km. Neanche a farlo apposta. L’obelisco dell’EUR poi dista oltre 8 Km. Tor Pignattara è una periferia mentale, una Cajenna pregiudiziale nella quale il giornalista del Corriere, che vivrà in una zona di Roma Nord compresa fra Nomentana e Aurelia, ha già condannato tutti quelli che ci abitano, vittime e carnefici. La periferia è solo un altro nome per «alterità», la periferia non esiste, non deve esistere, la città va concepita come un organismo complessivo, una rete che comunica, non come una specie di Purgatorio a tanti gironi che ha in cima il paradiso terrestre e in fondo la gente che brucia nel fuoco. Direste mai che la vostra mano o il vostro piede sono la vostra periferia?
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20 gennaio 2012
Stultifera Navis
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Con chi si intratteneva il comandante?Un’altra settimana andata via, quasi tutta in compagnia di profonde discettazioni di ingegneria navale e psicologia selvaggia. Lo Schettino che è in noi viene rimproverato dal nostro De Falco interiore. Capisco che l’occasione fosse ghiotta, un’enorme metafora socio-esistenziale del paese che si viene a incagliare quasi in diretta TV, per di più di venerdì 13. Roba imperdibile con retroscena che oscillano infallibilmente fra il ridicolo e il boccaccesco (con lo cherchez la femme della moldava che dormiva non si sa bene dove né con chi). L’unica cosa che vorrei sarebbe che spostassero quel velenosissimo relitto e se lo portassero chi sa dove, a fonderlo per farne lamette da barba o a farlo sparire dentro un maelstrom vorticante di merda liquida, dove probabilmente tutti noi lo raggiungeremo a non lunga scadenza. La nave dei folli è una simbologia radicata nell’arte occidentale. Su una metafora così evidente si dovrebbe solo riflettere cinque minuti, poi, senza nessun commento, si dovrebbe provvedere al proprio dovere, mentre giudici, periti, sommozzatori e pompe funebri si applicano al loro. Ma non certo qui dove siamo stretti all’assedio mediatico da giornalisti armati di plastici e cartografie, psicologi della mutua che discettano di copulazione navale per procura su utero roccioso e il solito pubblico curvaiolo che vorrebbe crocifiggere chiunque (compresi i passeggeri perché sono evidentemente dei ricchi coglioni che decidono di fare la crociera in gennaio). Ora finalmente la settimana sta finendo è potremo arrovellarci con qualche altra fuffaggine italica, la rivoluzione forconista, l’insurrezione tassinara, il complotto plutomontimassonico del signoraggio o semplicemente la Champions League. Evviva.
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15 gennaio 2012
Rêverie de Cinéphile: quando la nave non va più
E la nave va (1983) di Federico Fellini
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14 gennaio 2012
The Wikipedian: una banale storia di fratelli

Avete presente quelle storie di fratelli l’uno opposto dell’altro che gli sceneggiatori si inventano per movimentare le trame dei film? Albert Goering era il fratello del più famoso Hermann, asso dell’aviazione durante la Grande Guerra nonché uno dei più crudeli tirapiedi di Hitler, comandante in capo della Luftwaffe con l’altisonante titolo di Reichsmarschall. Morfinomane, vanesio, prono ad attacchi di violenza, la megalomania di Hermann Goering è rimasta leggendaria, i tedeschi dicevano che per fare un bagno si mettesse prima in uniforme da ammiraglio. Quando andava in giro si faceva precedere da un portatore di stendardo e saccheggiava senza pietà le opere d’arte di tutta Europa per decorare le sue ville. Gareggiava in anti-semitismo con Himmler e Goebbels e fu responsabile della fine di migliaia di ebrei polacchi. Albert, minore di due anni, non aveva nulla del corpulento, isterico e marziale fratello. Tutti lo descrivono come un bon vivant, amante delle belle donne e del buon cibo. Forse sospettava di non essere veramente figlio di Heinrich Goering, ma del suo patrigno, Hermann von Epenstein, un ricco medico ebreo la cui famiglia aveva comprato a caro prezzo un titolo nobiliare insieme al relativo castello. In ogni caso Albert odiava il nazismo e soprattutto la sua brutalità. Aiutò i suoi amici ebrei a scomparire, imitò la firma del fratello su ordini di scarcerazione, intervenne personalmente per interrompere la pubblica umiliazione di alcune ebree. Ogni volta che finì nei guai il cognome e l’influenza del potentissimo fratello lo salvarono. Nominato direttore della Skoda in Cecoslovacchia favorì gli atti di sabotaggio e la fuga dei lavoratori coatti. Dopo la guerra, sempre a causa del suo cognome, fu processato a Norimberga, ma fu rapidamente assolto data la quantità di testimonianze a suo favore. Arrestato ancora una volta dai cecoslovacchi subì un altro processo, dal quale venne fuori egualmente pulito. Tornato in Germania si rese conto che nel disastro della guerra la sua famiglia aveva perso tutto e uno che si chiamava Goering di cognome faceva fatica a trovare un lavoro. Il Bene forse non è banale come il Male, ma di certo non trova una facile ricompensa. Visse di una pensione accordata dalla Germania Federale, un uomo allevato come un barone, da solo perché era scapolo. Qualche giorno prima di morire ebbe cura di sposare la sua vecchia governante in modo che potesse avere la reversibilità della pensione e smettere di lavorare. Era il dicembre del 1966.
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13 gennaio 2012
Vides ut altas

Ricomincio a scrivere nell’anno nuovo per rompere un po’ il ghiaccio. Questa volta non ho espresso propositi di nessun genere dato che già di solito vengono disattesi, ma l’anno nuovo si presenta carico di presagi tanto foschi che nessuno mio conoscente ha voglia di fare previsioni per il futuro, anzi speriamo che il governo Monti, nel suo furor tagliatorio decida di accorciare l’anno, magari eliminando un paio di mesi verso la fine, cosa che consentirebbe sicuramente al paese un estremo risparmio in pagamenti di bollette, file alla posta e bestemmie. Intanto mi si è aperto un rubinetto nel naso e dissemino la casa di fazzolettini sporchi, disponendoli in artistiche costellazioni nei diversi angoli (quattro) del monolocale. È in momenti come questi che il fatto di essere single mi appare come un implicito vantaggio esistenziale. Giacerò nel mio letto di dolore sudaticcio, afflitto da oscure sinusiti, con aloni di Zerinol e l’occhio da pesce bollito, fino a nuovo ordine. Ho una massa di articoli promessi a destra e a manca da finire. Fuori si azzuffano i tassisti, i leghisti, i casi paund, gli onorevoli deputtani, piovono referendum, i sarcasmi, i controlli fiscali da Cortina di Ferro o d’Ampezzo. Per ora mi pare più prudente rintanarmi a casa ed aspettare tempi migliori, sperando che non mi scoprano gli archeologi del futuro, perfettamente mummificato sul divano accanto al calorifero.
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25 dicembre 2011
Rêverie de Cinéphile: Natale pop a Hollywood
Santa's Slay (2005) di David Steiman
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23 dicembre 2011
Un viaggio
Chiharu Shiota ‘His chair’
Discendiamo disperatamente e in disordine i monti e le valli della penisola, neanche fossimo austriaci rei dell'arroganza di averli risaliti in orgogliosa sicurezza, ma a pensarci bene anche gli austriaci saranno in coda da qualche parte al Brennero. Si usa la parola biblica Esodo, quando forse il libro giusto da evocare sarebbe l'Apocalisse di Giovanni. Tranne che nell'Apocalisse si fa un grande silenzio nel cielo, mentre io ho le orecchie rintronate dal motore smarmittato dello scassone che mi ha portato a Sud. Ho cominciato a fare la fila appena uscito dalla strada di casa mia, strisciando dolorosamente, come una lumaca col cimurro lungo Tiburtina, tratto urbano della Roma L'Aquila e GRA. Verso le due di pomeriggio era ancora recluso in un bolo di lamiere intoppato verso Valmontone, dove la lungimiranza degli urbanisti regionali ha allocato non solo la confluenza di un'importantissima bretella autostradale, ma anche un mostruoso villaggio-outlet piuttosto frequentato per gli ultimi acquisti di Natale. Come ha voluto il dio delle autrostrade ho doppiato anche Valmontone e, a parte un'altra oretta fermo a Caianello per incidenti vari, il viaggio si è svolto senza acuti (o gravi) degni di nota. Non ci vuole molto a odiare il Sacro Festival delle Merci, altrimenti noto ai più come Santo Natale, ma ogni anno è forse un male necessario. Spogliato di tutti gli orpelli di soste all'autogrill, code a Roncobilaccio e Pontecagnano, repliche insulse alla TV e caccia al regalo in centro, c'è un riferimento al necessario rinascere della natura e degli uomini. Alla luce che ricomincia ad aumentare, al freddo che ci entra nelle ossa e prima o poi se ne andrà. Dietro questo caos confuso c'è il rituale, una delle poche cose serie che siano rimaste (e rigorosamente da non confondersi con la tradizione). Prepariamoci pertanto di buon grado a sopportare la tombola con le bucce d'arancia, i fritti misti parentali e le doppie file: dietro potremmo ancora vedere il barlume di un'epifania, come al solito sempre promessa e sempre realizzata.
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22 dicembre 2011
Il fiume
Self Portrait as Infantas in Purgatorium II (1999) di Julie HeffernanQuando si è giovani e uno per avventatezza o incuria segna senza badarvi il suo destino, molti anni o pochi giorni di vita irredimibile pagata tutta
o più tardi quando l'uomo non è più lui e come dimesso da un giudizio si regge con moti cauti in una sopravvivenza minuziosa,
in un tempo o nell'altro in cui meno forte stride, meno crepita questo fuoco greco,
il fiume sceso giù dal giogo non ha tutte le voci che oggi mi feriscono festose e cupe in vetta a questo ponte aguzzo. Il fiume allora ha una voce sola o vitale o mortale. Chi la ascolta ha un cuore solo o greve o tempestoso.
"Tu che tieni stretto il filo di refe nel labirinto dove sei che si scinde in tante voci la voce che mi guida" esclamo io non si sa bene di chi, compagno fedele o ombra.
Sotto pruni di luce, oltre le pile, fiammeggia a scaglia a scaglia un'acqua ambigua tra moto ed immobilità. Fa freddo, pure scendono in molti per le ripe alle barche legate ai pali, in molti tentano il fiume e la sua primavera su e giù con i remi e le pagaie.
"Felici voi nel movimento" dico mentre fisso dal ponte chi naviga con abbandono o lena e guardo come crea nel molteplice l'unità la vita; la vita stessa.
Mario Luzi, Tutte le poesie, Milano, Garzanti, 2007, pp. 359-360.
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21 dicembre 2011
Una cinefetta II - Italian issue
Le conseguenze del Natale. Regia di Paolo Sorrentino. Titta Di Girolamo (Christian De Sica) è un uomo misterioso che da anni è recluso in vacanza in un lussuoso hotel svizzero. Apparentemente si trova lì per riciclare soldi della mafia, ma in realtà vuole solo provolare alcune provocanti cubiste (Elisabetta Canalis e Belen Rodriguez in un irresistibile cameo) all’insaputa della moglie (Sabrina Ferilli). De Sica si innamora corrisposto della procace barista dell’hotel (Michelle Hunziker) alla quale fa credere di essere molto solo. Purtroppo per lui arrivano a guastargli la festa prima il fratello (Er Cipolla) e poi due killer della mafia (i Fichi d’India) che con la scusa di rubargli i soldi cercano in realtà di fregargli le cubiste. Simpaticissima la scena finale nella quale De Sica viene immerso lentamente in una vasca di merda: mai sottovalutare le conseguenze del Natale! Soundtrack: remix elettronico delle prime cento osterie curata dai Boards of Canada. Guest star: Raffaella Fico nel ruolo di una che vuole mettere in cassaforte la sua verginità, ma finisce per venderla all’asta. Natale a Gomorra. Regia di Matteo Garrone. Un camorrista un po’ cialtrone (Christian De Sica) arriva a Scampia per inviare un carico di rifiuti radioattivi in Africa. In realtà è tutta una scusa per appartarsi con la sua amante (Alena Seredova) che gestisce una pizzeria, all’insaputa di sua moglie (Sabrina Ferilli). Tutto andrebbe per il meglio se non intervenisse un sospettoso giornalista che sta scrivendo un best seller di denuncia (Massimo Ghini) e che si innamora anche lui della bella pizzaiola. Il giornalista non tarda informare del tradimento la moglie di De Sica che si precipita a Napoli armata di kalashnikov. Spassosissima la gag di De Sica e Ghini che rifanno la scena di Scarface in una vasca Jacuzzi piena di bolle che in seguito però si rivela spenta. Soundtrack: O’ sole mio in versione tecno reinterpretato da Gigi D’Alessio. Guest star: Maria Grazia Cucinotta nel ruolo di una seducente spacciatrice che a turno vende coca a tutti. Natale Molesto. Regia di Mario Martone. Un impegnato professionista (Christian De Sica) torna a Napoli per il funerale della madre, scomparsa misteriosamente. In realtà è tutta una scusa per passare il Capodanno broccolando due zozzone minorenni (Ruby Rubacuori e Noemi Letizia in un simpatico cameo), ma le cose non possono andare così bene. A disturbare il seduttore intervengono un trucido pappone (Er Cipolla) e un attempato latin-lover che si dichiara l’amante della madre defunta (Toni Servillo vestito da Toni Pisapia). L’arrivo improvviso della moglie di De Sica (Sabrina Ferilli) sconvolge i piani di tutti. Buffissima la scena dell’esplosione dei fuochi artificiali nel cesso, con De Sica che si siede su una bomba Cavani. Soundtrack: Funiculì Funiculà remixata da Eminem con un campionamento di peti fornito dallo stesso De Sica. Guest star: Giggino De Magistris nel ruolo dell’implacabile sindaco sceriffo che alla fine candida Toni Pisapia a sindaco di Milano.
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